Lost, fine di un’epoca (Articolo da lastampa.it)

Il seguente articolo è tratto da lastampa.it

Lost, fine di un’epoca

Il serial del secolo chiude con un (atteso) non-finale. Termina una serie che mancherà a molti.

E’ finita un’epoca e mancherà a molti. E’ lecito, per quanto oggettivamente azzardato, parlare di elaborazione del lutto per i milioni di appassionati.
Lost, la serie del secolo (o giù di lì), si è chiusa con l’atteso non-finale. Da una parte l’isola salvata (da Jack), dall’altra una chiesa di Los Angeles in cui tutti i personaggi, morti eppure reali, si ritrovano e attendono una sorta di ascensione, o comunque di ripartenza (“non torneremo indietro: andremo avanti”, sono le parole di Christian Shephard).
Lost ha tenuto incollato milioni di spettatori, facendoli piangere e soffreire, per sei anni indimenticabili. Alcuni episodi sono stati quanto di più alto si sia mai visto sul piccolo schermo (ma anche sul grande: ormai il “cinema” è qui). Una serie che finisce è un pezzo di vita che se ne va. Anche per questo, oltre che per consunzione delle sceneggiature, i finali non sono mai la parte più bella di una serie. Ci manca Twin Peaks, ci manca Alias, ci manca Gil Grissom, ci manca Jack Bauer (Shield no, anzi veder morire Shane Vendrell e alla gogna Vic Mackey è stato bellissimo). E ci mancherà Lost.
Qualche mese fa esprimevo, su questo giornale, perplessità legate ai primi episodi della sesta e ultima stagione. Li ribadisco, senza con questo voler ledere la qualità di un prodotto che giustamente ha fatto gridare al miracolo George Lucas (e tanti con lui).
Se le prime due stagioni (le migliori), indugiavano sull’introspezione psicologica dei naufraghi, gli anni successivi hanno introdotto non solo i flashback ma i flashforward e, per ultimi, i flashsideways. Gli stessi protagonisti vivevano una vita nell’isola (da morti?) e un’altra (da vivi?) nella Terra. Eppure, al tempo stesso, ogni evento era reale. L’incasinamento era dietro l’angolo e qua e là c’è stato, assieme a character sbagliati (l’inguardabile truzzo samurai a difesa del tempio nella sesta stagione) e attori stalagmitici (incredibile come Lost abbia affidato un ruolo chiave come quello di Jacob a un mestierante che già si era fatto odiare nella prima stagione di Dexter).
Dettagli. Il John Locke (interpretato da un divino Terry O’ Quinn) della prima stagione è una delle figure più belle mai viste in tivù, come il Ben Linus insondabile della fase centrale, le sfide ragione-fede tra Jack e Locke, le storie d’amore contrastate tra James “Sawyer” Ford e Juliet (ma anche Kate). E poi Desmond Hume, il cui ritorno nell’ultima stagione, dove peraltro si rivedono tutti tranne Mr Eko (il personaggio più sottovalutato della serie), coincide con un innalzamento qualitativo innegabile.
Tutti eravamo nell’isola e tutti eravamo l’isola. Lost è stata Iliade e Odissea del Ventunesimo secolo. Capolavoro senza pari, anche se il finale, oggettivamente riuscito a metà, non ha convinto fino in fondo. Non tanto per i misteri ancora aperti (che piacciono), ma forse per la trovata dell’adunata in Chiesa in attesa della luce divina che liberi i protagonisti dai loro demoni. Del resto Lost non poteva avere un finale capace di piacere a tutti. Una serie troppo ibrida, ricca e trasversale per poter ambire a una chiusura-apoteosi.
Anche gli ultimi episodi hanno confermato il valore di questa serie, soprattutto laddove i vari personaggi si ricongiungevano lentamente con vita parallela nell’isola. Ricordandone ogni snodo. Impossibile non piangere di fronte a Sawyer che si ricorda di Juliet, a Locke che torna a camminare, a Sun e Jin che finalmente vedono insieme il loro figlio, a Faraday che reincontra una Charlotte diventata bellissima. A Claire che partorisce – di nuovo – davanti a Kate. A Sayid (idolo senza pari) che riabbraccia Shannon.
A Hugo e Desmond, che come sempre hanno capito tutto prima degli altri.
Era sei anni fa quando Jack apriva gli occhi, guardava il cielo e si trovava su un’isola misteriosa dopo il disastro dell’Oceanic 815. Poi arrivava un labrador beige, Vincent, che lo leccava e curava. Lunedì scorso, la stessa scena ha chiuso l’epoca e l’epica. Solo che stavolta Jack chiude gli occhi per morire, dopo aver salvato l’isola. Alla sua sinistra, c’è ancora il cane Vincent a vegliare su di lui.
Jack sorride, guarda il volo Ajira Airways con a bordo alcuni superstiti (Sawyer, Kate, Richard Alpert, Lapidus, Claire, Mills) che chissà dove andranno. Non molto distanti, Hugo – il nuovo custode – veglia sul cuore lucente dell’isola, sorta di bilancia del bene e del male nel mondo. Ben è il suo vice. Desmond guarirà. Non ci saranno più Altri, stazioni Dharma, numeri magici, fumi neri, rimandi filosofici e scientifici (anche nei cognomi dei naufraghi), costanti, realtà parallele, vascelli, C-4, orsi polari. O forse sì.
Lost ci mancherà tantissimo. Ed è stata una fortuna vivere nella stessa epoca di Lost.
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